p 151 .

Paragrafo 4 . Il pessimismo.

     
L'essere  delle illusioni non pu per essere confuso con l'essere
delle  cose. Leopardi - come abbiamo detto -  un materialista, e  non
pu  essere confuso con un mistico sognatore. Non ci sono dubbi  sulle
caratteristiche  che  egli attribuisce alla Natura,  note  a  tutti  e
sintetizzate dalla definizione di matrigna.
     
Il piacere.
     
La  Natura - non vincolata da alcuna legge razionale - non risparmia
all'uomo  le  occasioni di dolore. L'accanimento della  Natura  contro
l'uomo  per solo apparente:(44) essa ha posto nell'uomo - certamente
per  caso(45) - una ineliminabile aspirazione al piacere,  per  poi  -
altrettanto  per  caso  - negarglielo costantemente  e  ripetutamente;
tanto  che  il  piacere  non  ha  una  sua  realt  positiva,  ma  
semplicemente cessazione momentanea del dolore. Sono celebri  i  versi
della Quiete dopo la tempesta: O natura cortese, / Son questi i  doni
tuoi, / Questi i diletti sono / Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
/ E' diletto fra noi(46).
     Oppure  il piacere positivo  solo aspettativa, proiettato  nel
futuro,  e  - in concreto - il piacere si riduce alla speranza  di  un
piacere  futuro, come si dice nel Sabato del villaggio o,  in  termini
pi  razionali, in una pagina dello Zibaldone: Il piacere umano (cos
come  quello di ogni essere vivente, in quell'ordine di cose  che  noi
conosciamo)  si  pu dire ch' sempre futuro, non    se  non  futuro,
consiste solamente nel futuro. L'atto proprio del piacere non  si  d.
Io  spero  un piacere; e questa speranza in moltissimi casi si  chiama
piacere. [...] (20. Gen. 1821.)(47).
     Leopardi  dedica  all'analisi  del piacere  alcune  pagine  molto
importanti  dello  Zibaldone, nelle quali formula  -  come  dice  egli
stesso - una vera e propria teoria del piacere(48), secondo la quale
il   sentimento   del   nulla   che   attanaglia   l'uomo      legato
all'aspirazione,  determinata  da  fattori  materiali,  a  un  piacere
irraggiungibile:  Il  sentimento di nullit  di  tutte  le  cose,  la
insufficienza  di tutti i piaceri a riempirci l'animo, e  la  tendenza
nostra  verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da  una
cagione semplicissima, e pi materiale
     
     p 152 .
     
     che  spirituale. L'anima umana (e cos tutti gli esseri  viventi)
desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, bench sotto  mille
aspetti, al piacere, ossia alla felicit, che considerandola  bene,  
tutt'uno col piacere(49).
     La   felicit  e  il  piacere  -  come  abbiamo  visto   -   sono
irraggiungibili, si spostano sempre avanti nel tempo, sono nel futuro,
nessun  piacere  finito  e  particolare pu  soddisfare  il  bisogno
infinito  di piacere che  nella nostra natura e che   destinato  a
durare quanto dura la nostra vita.(50)
     
Il suicidio non  follia.
     
Di  fronte all'evidenza della irraggiungibilit del piacere,  cio  di
fronte  alla impossibilit di colmare l'abisso fra la nostra finitezza
e  la  nostra aspirazione all'infinito, Leopardi respinge la posizione
di quanti ritengono che non si possa giungere al suicidio senza essere
diventati  in  qualche modo pazzi.(51) La vera follia   continuare  a
seguire la nostra natura e a sperare in una felicit che la ragione ci
dice  impossibile:  Tolti  i sentimenti religiosi,    una  felice  e
naturale, ma vera e continua pazzia, il seguitar sempre a sperare, e a
vivere,  ed    contrarissimo alla ragione, la quale ci mostra  troppo
chiaro che non v' speranza(52).
     La  posizione  sul  suicidio elaborata  da  Schopenhauer  -  come
abbiamo visto(53) -  opposta a quella di Leopardi, e conferma che  il
filosofo tedesco  tutt'altro che un irrazionalista: la ragione  per
lui non deve soccombere di fronte alla forza cieca e irrazionale della
natura. Se dovessimo seguire solo la ragione - dice invece Leopardi  -
nulla ci tratterrebbe dal suicidio.
     E  la  morte    invocata  in A se stesso,  dopo  che    svelato
l'inganno  del  piacere e della speranza: Or poserai  per  sempre,  /
Stanco  mio  cor. [...] / Al gener nostro il fato / Non  don  che  il
morire. Omai disprezza / Te, la natura, il brutto / Poter che, ascoso,
a comun danno impera, / E l'infinita vanit del tutto.
     
La solitudine.
     
La  vanit  del  tutto, il nulla che incombe  sull'uomo,  avvolge  e
comprende  tutte le cose che ci circondano e, fra queste  cose,  gli
altri  uomini.  La condizione di ciascuno di noi - una  volta  che  la
ragione  ha  svelato  il  nulla  - non pu  essere  che  quella  della
solitudine,  perch  fra noi e il mondo si apre un abisso  incolmabile
che  fa  desiderare  la  morte:  ...  In  cielo,  /  In  terra  amico
agl'infelici  alcuno / E rifugio non resta altro che il ferro(54).  E
se   non   la   morte,   il  rimpianto  inutile  e   la   disperazione
accompagneranno la solitudine.(55)

p 153 .

Una grazia della Natura.
     
Da questa terribile situazione dell'uomo c' una via d'uscita, che non
  n  quella della religione (che, come abbiamo visto sopra, potrebbe
trattenerci  dal suicidio), n l'ascesi della Non-volont proposta  da
Schopenhauer: si tratta di utilizzare un dono che la Natura  per  caso
ci ha fatto: il nostro pensiero e la nostra immaginazione, la capacit
di  produrre illusioni. Ricorriamo ancora a una pagina dello Zibaldone
che  illuminante a questo proposito.
     L'infinit   della   inclinazione   dell'uomo   al   piacere   
un'infinit  materiale, e non se ne pu dedur nulla  di  grande  o  di
infinito  in  favore dell'anima umana, pi di quello che si  possa  in
favore  dei  bruti nei quali  naturale che esista lo stesso  amore  e
nello   stesso  grado,  essendo  conseguenza  immediata  e  necessaria
dell'amor  proprio,  come spiegher poco sotto. Quindi  nulla  si  pu
dedurre   in   questo   particolare   dalla   inclinazione   dell'uomo
all'infinito,  e  dal sentimento della nullit delle cose  (sentimento
non  naturale nell'uomo, e che perci non si trova nelle bestie,  come
neanche nell'uomo primitivo, ed  nato da circostanze accidentali  che
la  natura  non  voleva).  E  il desiderio  del  piacere  essendo  una
conseguenza  della nostra esistenza per s, e perci solo infinito,  e
compagno  inseparabile  dell'esistenza come  il  pensiero,  tanto  pu
servire  a  dimostrare  la spiritualit dell'anima  umana,  quanto  la
facolt  di pensare. Anzi  notabile come quel sentimento che  pare  a
prima  giunta  la  cosa  pi  spirituale dell'animo  nostro,  sia  una
conseguenza   immediata  e  necessaria  (nella  nostra   condiz.<ione>
presente)  della cosa pi materiale che sia negli esseri viventi  cio
dell'amor  proprio e della propria conservazione di  quella  cosa  che
abbiamo   affatto  comune  coi  bruti,  e  che  per  quanto   possiamo
comprendere  pu  parer  propria  in  certo  modo  di  tutte  le  cose
esistenti.  Certamente non c' vita senza amor di se  stesso,  e  amor
della  vita. Quanto poi alla facolt che l'immaginaz.<ione> nostra  di
concepire  un  certo  infinito,  un  piacere  che  l'anima  non  possa
abbracciare, cagione vera per cui l'infinito le piace, quanto  dico  a
questa  facolt,  la  quale   indipendente dalla  inclinaz.<ione>  al
piacere,  e  stava in arbitrio della natura di darcela o non  darcela,
giudichi  ciascuno  quanto  possa  provare  in  favore  della   nostra
grandezza.  Io  per  me credo 1. che la natura l'abbia  posta  in  noi
solamente per la nostra felicit temporale, che non poteva stare senza
queste  illusioni. 2. osservo che questa facolt  grandiss.<ima>  nei
fanciulli, primitivi, ignoranti, barbari, ec. Quindi congetturo  e  mi
par ben verisimile che esista anche nelle bestie in un certo grado,  e
relativamente  a  certe idee, come son quelle  dei  fanciulli  ec.  3.
considero  che  la ragione, la quale si vuole avere  per  fonte  della
nostra  grandezza, e cagione della nostra superiorit sopra gli  altri
animali,  qui  non  ha  che far niente, se non  per  distruggere;  per
distruggere  quello che v'ha di pi spirituale nell'uomo,  perch  non
c' cosa pi spirituale del sentimento n pi materiale della ragione,
giacch  il  raziocinio  un'operazione matematica dell'intelletto,  e
materializza e geometrizza anche le nozioni pi astratte.  4.  che  le
illusioni  sono anzi affatto naturali, animali, atti dell'uomo  e  non
umani  secondo il linguaggio scolastico, ed appartenenti  all'istinto,
il  quale  abbiamo comune cogli altri animali, se non  fosse  affogato
dalla  ragione. Applicate queste considerazioni a quello  che  soglion
dire  gli  scrittori  religiosi, che il non  poter  noi  trovarci  mai
soddisfatti in questo mondo, i nostri slanci verso un infinito che non
comprendiamo,  i  sentimenti  del  nostro  cuore,  e  cose  tali   che
appartengono veramente
     
     p 154 .
     
     alle  illusioni, formino una delle principali prove di  una  vita
futura(56).
     In  queste  parole di Leopardi sono sintetizzati  quegli  aspetti
del suo pensiero che abbiamo cercato di mettere in evidenza sin qui.
     Innanzitutto  il  materialismo: ci che  considerato  spirituale
nell'uomo  conseguenza immediata e necessaria [...] della  cosa  pi
materiale che ci sia negli esseri viventi.
     La  nostra aspirazione alla felicit, cio al piacere, non  nasce
da  altro  che dall'istinto di conservazione: non c' vita senza  amor
della  vita. E in questo l'uomo  accomunato a tutti gli altri  esseri
viventi.
     Inoltre  l'uomo ha in comune con gli altri animali  la  facolt
di immaginare, cio di produrre immagini illusorie - grande dono della
Natura, in questo generosa, perch tale facolt poteva darcela o  non
darcela - , che gli consente di godere dell'unica felicit possibile.
     La  facolt che distingue l'uomo dagli altri esseri viventi   la
ragione,  che,  per  - se lasciata a se stessa, o  addirittura  fatta
signora dell'umanit e del mondo -,  destinata a svolgere solo  una
funzione  di  distruzione  della nostra parte  naturale  e  istintiva,
riducendo tutto a schemi matematici e geometrici.(57)
